Bene, bravo, sette più.

 

 

La pagella fu inventata nel 1783.

 

Da allora i sistemi di valutazione hanno subito infinite modifiche.

 

Michele indossa il vestito buono, della domenica.

 

I capelli ben pettinati, le mani in ordine.

 

L’ha svegliato presto, s’è preparata pure lei.

 

E’ preoccupata.

 

 Lui anche.

 

In mezzora sono a scuola con i compagni di classe e i rispettivi genitori.

 

In fila per uno, osservano la maestra seduta alla cattedra che distribuisce le pagelle.

 

La pila di fogli si assottiglia.

 

Fin quando tocca a Michele e alla sua mamma, che sollevata ringrazia e affretta il passo: a casa li aspetta il babbo per festeggiare il bambino che ha superato la terza elementare.

 

Lo dice la pagella.

 

Una scena questa, presa dall’album dei ricordi del 1954.

 

Da allora a oggi la pagella è cambiata più volte.

 

Voti, giudizi, di nuovo voti con la riforma dell’attuale ministro Mariastella Germini.

 

A inventare la pagella fu l’imperatore d’Austria Giuseppe II, il 17 settembre 1783.

 

Da quel giorno la legge impose un certificato scolastico per i bambini che terminavano la scuola elementare nell’Impero AustroUngarico.

 

Era un documento semplice: una sola frase scritta a mano che attestava una sufficiente capacità nel leggere, scrivere e per di conto.

 

In Italia, invece, la pagella fece capolino tra fine dell’ 800 e i primi del 900, a coronamento del ciclo scolastico obbligatorio.

 

La scuola pubblica era gestita dai comuni, che impostavano e stampavano l’attestato in mille modi differenti.

 

Anche perché all’epoca soltanto il 2,5 per cento della popolazione parlava l’italiano.

 

Le copertine erano però tutte simili, semplici e ordinate: nel 1901, per esempio, il nome della scuola elemtare pubblica era seguito dalla dicitura “Certificato degli esami di proscioglimento dell’obbligo scolastico dell’istruzione elementare inferiore”, quindi dalle generalità dell’alunno e la tabella con i voti ottenuti nelle prove orale e scritte.

 

In fondo, la firma degli insegnanti (due), del presidente della commissione esaminatrice, e dell’uspettore scolastico del circondario.

 

Nell’anno scolastico 1907/08 il valutato era un “Giovinetto” negli istituti maschili, “Giovinetta” in quelli femminili.

 

In quarta pagina potevano infine esserci le “Avvertenze” ai genitori.

 

Maggiore uniformità cominciò a vedersi nel 1923, con la riforma scolastica di Giovanni Gentile, filosofo e ministro dell’Istruzione nel primo governo Mussolini.

 

Per identificare l’alunno, oltre al suo nome e cognome apparvero quelli dei genitori.

 

La valutazione si esprimeva con Primo, Secondo, Terzo, Quarto e Quinto, corrispondenti a Lodevole, Buono, Sufficiente, Mediocre e Insufficiente.

 

Tra le materie in pagella: Rispetto all’igiene  e alla pulizia della persona e Lavori domestici e manuali.

 

Curiosità: la pagella era sottoscritta anche dal capoclasse e in bella vista figuravano le ore di assenza.

 

A imporre un modello unico di pagella alle scuole dell’obbligo italiane (allora, le sole elementari) fu il fascismo, con il regio decreto 3.15 del 20 giugno 1926.

 

Ogni famiglia doveva acquistare la pagella fascista dal tabaccaio, al prezzo di 5 lire (circa 3 euro di oggi).

 

Una cifra per niente mofica ai tempi, tanto che si parlò di tassa scolastica camuffata.

 

Uguale per tutti, la nuova nata fu legittimata nnel 1928 dal Regolamento generale sui servizi dell’istruzione.

 

Da annuale la pagella divenne trimestrale.

 

L’articolo 354 recitava infatti: “Intorno al portamento, allo studio e alle assenze degli alunni il il maestro informa i parenti alla fine di ciascun trimestre con la pagella”.

 

La pagella però era troppo cara e questo non incentivava la già scarsa frequenza scolastica.

 

Così, nel 1929, la tassa fu abolita.

 

Ma a sottolineare le differenze di censo resisteva la voce “Professione del padre o di chi ne fa le veci”.     

 

          

       

 

Nell’anno scolastico 1907-8 il valutato era un “Giovinetto” negli istituti maschili, “Giovinetta” in quelli femminili.

 

In questa pagina potevano infine esserci le “Avvertenze” ai genitori.

 

Maggiore uniformità cominciò a vedersi nel 1923, con la riforma scolastica di Giovanni Gentile, filosofo e ministro dell’Istruzione del primo governo Mussolini.

 

Per identificare l’alunno, oltre al suo nome e cognome apparvero quelli dei genitori.

 

La valutazione si esprimeva con Primo, Secondo, Terzo, Quarto e Quinto, corrispondenti a Lodevole, Buono, Sufficiente, Mediocre e Insufficiente.

 

Tra le materie in pagella: Rispetto all’igienee alla pulizia della persona e Lavori domestici e manuali.

 

Curiosità: la pagella era sottoscritta anche dal capoclasse e in bella vista figuravano le ore di assenza.

 

A imporre un modello unico di pagella alle scuole dell’obbligo italiane (allora, le sole elementari) fu il fascismo, con il regio decreto 1.615 del 20 giugno 1926.

 

Ogni famiglia doveva acquistare la pagella fascista dal tabaccaio, al prezzo di 5 lire (circa 3 euro di oggi.

 

Una cifra per niente modica ai tempi, tanto che si parlò di tassa scolastica camuffata.

 

Uguale per tutti, la nuova nata fu legittimata nel 1928 dal Regolamento generale sui servizi dell’istruzione.

 

Da annuale, la pagella divenne trimestrale.

 

L’articolo 354 recitava infatti: “Intorno al portamento, allo studio e alle assenze degli alunni il maestro informa i parenti alla fine di ciascun trimestre con la pagella”.

 

La pagella però era troppo cara e questo non incentivava la già scarsa frequenza scolastica.

 

Così, nel 1929, la tassa fu abolita.

 

Ma a sottolineare le differenze di ceto resisteva la voce “Professione del padre o di chi ne fa le veci”.

 

Con il fascismo la pagella si assunse un nuovo compito: contribuire alla propaganda di regime.

 

A partire dagli esemplari dell’anno scolastico 1936/37 le copertine riportavano i simboli della Gioventù italiana del littorio e del Partito nazionale fascista al posto di quella dell’Opera Balilla (altra organizzazione giovanile), accompagnati da immagini inneggianti al duce.

 

C’erano anche una grande M di Mussolini con un moschetto al fianco di un libro, per non dimenticare il motto “Libro e moschetto, fascista perfetto”.

 

Sul retro, l’anno dell’”era fascista” affiancava la data.

 

La fascistizzazione della pagella si completò nel 1939, con la carta della scuola: ogni esemblare doveva riportare il numero di iscrizione (obbligatorio) all’organizzazione giovanile del partito.

 

Realizzata con cartoncino grigio, all’interno aveva l’indicazione delle classe e le caselle delle materie, con gli spazi in bianco per il voto.

 

Si valutavano Storia e cultura fascista, Lettura espressiva e recitazione, e i sempre verdi Lavori donneschi e manuali.

 

Col tempo il calendario fascista sostituì del tutto la data tradizionale mentre scomparve la parola “Italia”, rimpiazzata da vari motti attribuiti al duce.

 

Per quanto riguarda i giudizi, si andava (alle elementari) da Ottimo a non Sufficiente, fino al raro e temutissimo Inclassificabile.

 

Con la fine del secondo conflitto mondiale la pagella, come tutta l’Italia, dovette affrontare la dura realtà: pochi soldi, poca carta, molta confusione.

 

Nel 1946, la pagella divenne uguale per tutti, dalle elementari alle superiori.

 

Era di nuovo a pagamento: 10 lire di cui 5.95 trattenute per i patronati scolastici (che si occupavano degli alunni bisognosi).

 

Nell’anno scolastico 1947/48 fecero il loro esordio sulle pagelle la Repubblica Italiana e il ministero della Pubblica Istruzione.

 

Da colorata e illustrata com’era stata in alcuni anni scolastici del Ventennio divenne azzurra o verde e i voti (dal 10 in giù) sostituirono i giudizi.

 

Una circolare ministeriale del 1952 stabilì un rincaro: 25 lire per una pagella (circa 50 centesimi di euro di oggi).

 

Sette anni dopo la Disciplina fu ribattezzata comportamento, ma la pagella continuò a pesare sul portafoglio delle famiglie, venduta dai patronati.

 

Solo del 1963 tornò a essere gratuita.

 

Il dominio dei voti alle elementari durò fino agli Anni 70.

 

Nel 1977 la legge 517 (Norme sulla valutazione degli alunni) del governo Andreotti e del Ministro dell’Istruzione Malfatti trasformò la vecchia pagella in Scheda personale dell’alunno, contenente “Notizie sul medesimo e sulla sua partecipazione alla vita della scuola nonché le osservazioni sistematiche sul suo processo di apprendimento e sui livelli di maturazione raggiunti”.

 

Nella prima pagina, una tabella riassuntiva della “Precedente scolarità dell’alunno”.

 

L’imperativo era esprimersi in senso positivo, con il dominio del “Sa…” per valorizzare e gratificare l’apprendumento del bambino.

 

Il giudizio aveva sconfitto nuovamente il voto, anche se al posto dei sintetici aggettivi trovarono posto le argomentazioni degli insegnanti, che descrivevano il profilo dello scolaro, il livello di conoscenza raggiunto ma anche la “Partecipazione alla vita di classe”.

 

Un mostro logorroico, secondo alcuni, che tra l’altro mandava in soffitta il voto in condotta.

 

Si scatenò così un braccio di ferro tra sostenitori dei giudizi sintetici e fautori di quelli minuziosi.

 

Nel 1993/94 debuttò il documento di valutazione, con l’insegnante impegnato nella battaglia delle crocette, da porre su un modulo prestampato per riassumere, tra la A e la E le competenze degli alunni.

 

L’allora ministro Iervolino dichiarò: “I documenti sono stati elaborati sulla base delle risultanze dei lavori di un apposito gruppo, il quale ha tenuto conto dei pareri di docenti esperti e delle proposte acquisite mediante una specifica indagine realizzata avvalendosi della collaborazione di ispettori tecnici che ha interessato alcune centinaia di insegnanti”.

 

Risultato: un rebus per maestri, bambini e atterriti genitori.

 

Le quattro pagine della pagella tradizionale erano diventate otto, le voci addirittura 41. Divise alle elementari su otto materie: Lingua Italiana; Lingua straniera; Matematica; Scienze; Storia, geografia e studi sociali; Educazione all’immagine; Educazione al suono e alla musica; Educazione motoria.

 

Troppo complicato: Appena insediato all’Istruzione, nel 1996, Luigi Berlinguer puntò alla semplificazione: giudizi  sintetici (Ottimo, Distinto, Buono, Sufficiente e Insufficiente) e una valutazione discorsiva finale con un profilo generale dell’alunno.

 

Un modello che sembrò mettere d’accordo tutti.

 

Almeno fino al 2004, quando il ministro Letizia Moratti abolì la pagella unica nazionale e si limitò a suggerire un facsimile che in nome dell’autonomia, ogni scuola doveva confezionarsi e stamparsi in proprio.

 

La legge 169 del 30 ottobre 2008 (quella oggi in vigore) ha infine segnato il grande ritorno della vecchia pagella e dei voti (5 in condotta compreso) anche alle elementari.

 

Quella del dopoguerra, insomma, la pagella per il momento resta gratuita, ma per risparmiare sulla carta fra qualche anno la cerimonia della consegna potrebbe essere sostituita da un clic del mouse: c’è chi ha già suggerito le pagelle on-line.

 

Paese che vai, pagella che trovi.

 

Voto o giudizio? In europa, il dibattito infuria da un paio di secoli.

 

E in Francia (patria dell’istruzione obbligatoria, introdotta nel 700)  dal 1925 se ne occupa persino una scienza, la “Docimologia” inventata dal pedagogo Revi Pieron per studiare le valutazioni scolastiche.

 

I risultati di questa discussione infinita sono però discordanti.

 

In Germania si usano giudizi da Molto buono a Gravemente insufficiente.

 

Una scala simile a quella polacca, che però è in cifre (L’1 corrisponde all’insoddisfacente e il 6 all’eccellente).

 

In Francia, invece, prevalgono i numeri, ma accompagnati da un giudizio dettagliato.

 

Anche in Spagna i risultati sono espressi sia con giudizi che con voti da 0 a 10.

 

Ihn Ungheria si va dall’1 (eccellente) al 5 (insufficiente), mentre in molti Paesi anglosassoni i voti vanno da A (eccellente) a E (insufficiente).

 

Ma la palma della complessità spetta forse alla Danimarca.

 

Qui, al termine del ciclo dell’obbligo, i voti sono attribuiti su questa scala: 7 (eccellente), 4 (molto buono), 2 (decoroso), 72 al limite (dell’insufficienza), 00 (insufficiente) e 3 (inaccettabile).

 

Mentre gli studenti delle superiori ricevono voti da 0 a 13.